Riflessione sulla guerra

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La guerra è un concetto che oggi, in Italia, pare quasi obsoleto. Da numerose generazioni, ormai, la divisa del soldato si è trasformata da “abito di sepoltura” a divisa da lavoro:
l'esercito è una categoria professionale, come i metalmeccanici o gli infermieri. Al massimo, fino a qualche anno fa, si indossava per un breve periodo l'uniforme per prestare servizio militare, la naja ; ma gli echi delle esplosioni restano un ricordo dei nonni.

Il mondo, invece, dalla guerra non è mai uscito. Dagli albori ad oggi, giornali e televisione raccontano ogni anno di massacri, bombardamenti, genocidi; ed è proprio grazie alle fonti di informazione che molti non hanno trascurato l'argomento, e anzi cercano di raccontare la storia di un mondo che non conosce pace.

La nostra esperienza di telecultori e lettori di giornali ci suggerisce che la mano nera del piombo non s'è fermata con la morte degli ultimi dittatori europei; ma, allo stesso modo, non permette a tutti di apprezzare il reale (dis)valore della guerra. Il distacco che ci separa dal campo di battaglia, in realtà, non è così “totale” come vorrebbe sembrare: tutti i giorni, Piero continua a morire, Andrea non torna a casa dalla sua “riccioli neri”, e il Girotondo dei bambini non finisce mai di spostarsi un po' più in là, e di chiedere agli adulti come sia possibile giocare sotto le bombe.

Le 57 guerre che dagli anni '90 ad oggi hanno devastato 45 paesi del mondo non sono storia d'Italia, questo è vero: ma sono storia dell'umanità, realtà che deve essere conosciuta, e per questo comunicata senza sosta all'uomo occidentale che nella morte di milioni di persone ha sicuramente una responsabilità non secondaria.

Dal 1945 al 1999, secondo il programma di ricerca Correlates of War, ben 25 guerre interstatali e 127 conflitti civili hanno avversato l'umanità, provocando un totale di 19,5 milioni di morti (!) e lasciando come tragica conseguenza del proprio passaggio un clima di odio insopprimibile e condizioni economiche e politiche che probabilmente non cambieranno in meglio nemmeno per la fine di questo secolo.

Ma sono pochi i conflitti che trovano spazio nell'informazione tradizionale, così come nelle agende politiche dei governi; nemmeno le istituzioni internazionali, governate come sono dagli stessi poteri che orientano i singoli stati nazionali a scelte che spesso sono criminali, possono agire a fronte di una vera e propria guerra mondiale che così passa sottotraccia. Anzi, l'ONU spesso legittima la violenza, non impedendo il traffico internazionale di armi comuni che rappresenta il midollo di qualsiasi conflitto, e tacendo o peggio ancora schierandosi semplicemente con gli attori prediletti (spesso dagli USA) delle guerre: a titolo d'esempio, si pensi allo Xinjiang, regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, una delle minoranze dimenticate che nel mondo devono lottare per i propri diritti e le proprie libertà. Nella regione degli Uighuri il governo cinese ha continuamente perpetrato atroci violenze, giustificate al solito come necessarie per reprimere l'azione terrorista di gruppi separatisti: l'ONU, infatti, con il supporto di Cina e USA, ha inserito il movimento islamico locale in una lista di gruppi terroristici, che come tali vanno combattuti; Amnesty International, dal canto suo, ha sottolineato come la Cina sfrutti la scusa della lotta al terrorismo per soli scopi repressivi.

E' evidente, perciò, che la comunità degli stati nazionali più influenti usa il diritto internazionale e le massime istituzioni da esso previste come strumento di guerra, un'arma giuridica vera e propria che ignora qualsiasi ragione di giustizia sostanziale, celando dietro al formalismo dei diritti congelati in carte e risoluzioni i peggiori intenti di politiche unilaterali e violente.

Tutte le analisi politiche che trovano spazio in televisione, lungi dal riportare la realtà, osservano le guerre da un punto di vista meramente polemico e interno; e il dubbio che la maggioranza della classe politica nazionale e locale, nel nostro paese, non conosca un bel niente delle situazioni di cui spesso si trova a decidere su nostro “mandato”, è quasi una certezza . Chi afferma che i grandi conflitti degli anni 2000, cioè le guerre in Afghanistan e in Iraq, sono dettati solo da grandi interessi economici e non da intenti umanitari, nel nostro paese resta sostanzialmente inascoltato, al più accusato di essere un sovversivo, irrispettoso dei connazionali che con una divisa addosso portano la pace in quei territori. La cosa più grave è che la gente (quindi l'elettorato) crede a queste subdole posizioni: d'altronde, non potrebbe essere altrimenti visto che “omogeneità” è la parola chiave dell'informazione e della cultura italiane. Tutto ciò porta, come grave conseguenza che secondo me è tutt'altro che collaterale, alla polarizzazione della vox populi intorno a convinzioni per cui il male della terra è tutto altrove, possibilmente tra i popoli di religione musulmana: la vicenda afghana è esemplare, in tal senso.

Fino dalla guerra fredda, l' Afghanistan è stato al centro della disputa tra URSS e USA; la prevalenza di Mosca sulla politica interna del paese è stata infatti utile pretesto per molte nazioni, tra cui i sempre presenti USA e l'Iran, per alimentare profonde divisioni interne che negli ultimi decenni del secolo scorso hanno determinato l'ascesa delle fazioni fondamentaliste al potere governativo. Infatti, i mujaheddin (combattenti di fede islamica) che si opposero all'influenza russa sono passati dal ruolo di alleati degli americani nel contrasto al regime sovietico a ispiratori del terrorismo internazionale anti-occidentale: Osama Bin Laden, com'è noto, era uno di loro...

Dopo l'intervento militare successivo all'undici settembre, che ha spodestato il regime talebano del paese, la “ libertà duratura ” proclamata per la regione dall'ex presidente Bush ha finito col rendere l'Afghanistan un inferno di mine e rappresaglie armate, quindi un mercato di rilevanza mondiale per i Lords of War occidentali: la democrazia d'esportazione di cui ancora i nostri politici si fanno vanto, non ha cambiato di molto la condizione della popolazione, i cui diritti sono ancora violati dal regime politico, tanto che buona parte degli afghani resta oltre i confini del paese per ovvie ragioni di sopravvivenza. E le elezioni del 2004, vinte dal presidente “americano” Karzai , si sono svolte in un clima di brogli elettorali coperti dai funzionari dell'ONU che erano sul posto per vigilare sulla correttezza delle consultazioni; l'impressione è che “elezioni corrette” significassero solo vittoria certa dell'attuale premier.

Da non trascurare, poi, il compito svolto dai militari USA: non poche sono le denunce di maltrattamenti e torture che i nostri alleati hanno riservato ai prigionieri nemici.

Gli equilibri internazionali, com'è evidente, sono spesso spostati da soggetti politici che nulla hanno a che vedere con le regioni che subiscono le conseguenze più gravi di queste violenze. Mercati , elezioni , potere economico e politico dipendono direttamente da eventi che solo geograficamente sono lontani da noi; ma è ovvio che questa distanza rende gli Italiani, gli Americani, gli Inglesi, insomma gli occidentali, insensibili alle tragedie. In buona sostanza, la distanza dal campo di guerra, dalle mine e dalla fame ci fa forti di una presunta superiorità morale, che senza esitazione è sbattuta in faccia a quei popoli, quegli uomini come noi, che la realtà la vivono su una pelle troppo poco simile alla nostra per essere rispettata anche dalle istituzioni religiose.

Le nostre alleanze politiche, al cospetto dei dati reali della storia, sono quantomeno discutibili; chiunque conosca almeno vagamente la questione cecena, per esempio, avrà tremato in questi anni nel vedere il premier italiano Berlusconi a braccetto col primo ministro russo Putin e l'attuale presidente Medvedev, così come avrà sofferto non poco al solo pensiero del sodalizio tra il piccolo Cesare e Bush junior.

Laddove sarebbe necessaria un'iniezione di realtà per le nostre conoscenze intorpidite dalla cronaca nera, incombe sempre la lunga mano della censura “silenziosa”.

Cecenia , Sudan , Iraq , Myanmar , Tibet ... un elenco senza fine di popoli senza pace, senza diritti. A prescindere da qualsiasi posizione politica, conoscere è un dovere-diritto; le grandi industrie che alimentano i nostri consumi investono anche nella costruzione di arsenali di stato e parastatali, unico settore produttivo che non conoscerà mai crisi. I diritti che la resistenza italiana ai regimi totalitari della prima metà del novecento ha rivendicato e ottenuto non sono una prerogativa di un popolo scelto, ma lo standard minimo da estendere almeno idealmente (culturalmente) ad ogni essere umano, e una politica che non sa e che se sa nasconde, che viola essa stessa i diritti fondamentali appoggiando militarmente le nazioni violente, usurpa la posizione che occupa.

Del resto, la nostra Costituzione parla chiaro: tra i principi fondamentali, il ripudio della guerra e la garanzia dei diritti fondamentali sono baluardi insormontabili. La domanda è: chi garantisce per l'applicazione di queste leggi?

In teoria, il parlamento e il governo non potrebbero mai allontanarsi dal solco costituzionale, nemmeno in condizioni di crisi o di eccezionale gravità. Il vigore della legalità costituzionale è, come la luce del sole, capace di illuminare la sola superficie: per il resto, tutto ciò che è materialmente nascosto, le situazioni che vengono lasciate all'ombra dell'oblio, sono tutelate solo se l'attenzione dell'uomo, anche del comune cittadino, come uno specchio riflette i valori della non-violenza e della giustizia sostanziale per dare rilievo critico all'azione quotidiana o straordinaria delle istituzioni civili, sociali, religiose. Queste sono legittime solo se operano per lo scopo per cui esistono: nel caso delle guerre sparse sul globo, la pace incarna questo scopo. Il problema, annoso e lontano dall'essere risolto, riguarda le modalità d'azione.

Se è pacifico il ruolo negativo di certa economia e di certa politica sulle società sottosviluppate, meno condivisa è l'idea a mio parere veritiera che anche nel mondo occidentale il cancro della violenza provoca danni irreparabili. Ma questa violenza di cui parlo non è solo l'undici settembre, o l'attentato alla metropolitana di Londra: la violenza sta nella non consapevolezza delle ragioni elementari che rendono instabile e sofferente il mondo che per molti è altro da noi .

Così come la responsabilità per l'olocausto , oltre che personale del regime nazista e dei suoi esponenti e sostenitori, è anche universale, cioè dell'umanità intera che non ha impedito la tragedia; allo stesso modo, i milioni di morti delle guerre silenziose pesano sulle nostre coscienze, e non solo su quelle dei cattivi di turno. Una visione meno cinematografica della realtà, alle volte, sarebbe necessaria...

Le guerre nei territori in cui si svolgono mettono in crisi, soprattutto, i valori del popolo: da queste crisi, difficilmente si esce migliori di prima. Pochi, però, si accorgono che i valori di pace che la guerra pregiudica sono anche quelli delle democrazie occidentali; uno stato che lascia uccidere perde immediatamente la sua dignità democratica. A questa realtà spesso si risponde con la retorica, come nel caso del Premio Nobel assegnato ad Aung San Su Kuy , storica leader dell'opposizione anti-regime in Myanmar, cui la comunità internazionale non ha saputo o voluto concedere non solo la libertà politica, ma addirittura quella personale di essere umano libero di esprimere le sue posizioni. Certi regimi, infatti, godono di una protezione che agli occhi di un ingenuo non sono giustificabili: è proprio sull'ingenuità inconsapevole delle persone che le istituzioni non intervengono, o se lo fanno si preoccupano soltanto di “ orientare ” (parola di Lucia Annunziata ad Anno Zero, nella famosa puntata di gennaio dedicata alla tragedia palestinese).

Il riconoscimento formale di un merito politico-umanitario non è abbastanza: le sorti del mondo, sono sicuro, sono determinate anche dalla politica dei poteri; solo che questi poteri, assoluti e non sorvegliati dalle coscienze di tutti, possono agire liberamente, senza che alcun valore reale e non retorico sia presupposto alle scelte più o meno importanti. Proprio per questo, qualsiasi appello di pace non deve essere rivolto alle sole personalità pubbliche: se non si afferma la verità della responsabilità (anche) universale per i crimini contro l'umanità, ogni azione politica contraria alla logica del conflitto violento non sarà mai completamente efficace, o del tutto sincera.

 
Carlo Antonio Burattini
www.ideesupposte.net

Per i dati numerici e i profili storici degli “esempi bellici” riportati nell'articolo, ringrazio sentitamente il sito www.conflittidimenticati.it, una fonte puntuale ed essenziale!



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