Alto Tradimento

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image COSTITUZIONE

Lo stato di diritto tanto esiste perché c'è un diritto, oltre ovviamente ad uno stato-comunità. Dietro questa frase apparentemente banale si cela la chiave di lettura della contraddizione italiana, ma non solo: tutto l'occidente democratico sta conoscendo un periodo di triste ipocrisia, di gioco delle parti ad libitum, nel quale il potere si traveste a seconda delle occasioni da giornalista, giudice, deputato, ministro, capo dello stato, e pontifica senza sosta, simulando contrasti e dibattiti cui, come è noto a qualcuno ma ahimè non alla maggioranza, non consegue mai un cambiamento.


La corte costituzionale, con la recente sentenza che ha cassato l'impresentabile “lodo Alfano”, ha sollevato la coscienza comune anti-berlusconiana dalla preoccupazione di dover assistere all'ennesimo momento di smembramento dell'assetto dei poteri così come emergono dalla costituzione: un sollievo breve, quantomeno debole, visti i successivi sviluppi della nota vicenda del processo breve.

La spina dorsale delle istituzioni italiane è costruita sulla base dei principi costituzionali... balle!
La vicenda di Berlusconi, sultano dello stivale, ha rivelato la debolezza della legge, del sistema di pesi e contrappesi che illustri costituzionalisti, intellettuali, giornalisti, hanno cercato di affermare nella cultura del nostro paese: costruire un castello sulla sabbia sarebbe stata impresa più semplice, a mio parere.
In realtà, e qui lo dico con forza, non c'è mai stata quell'Italia libera raccontata dai libri di storia, di diritto, di approfondimento giornalistico; da sempre pedina nelle mani del potere altrui, il popolo sovrano di cui all'articolo 1, comma secondo, della Costituzione ha sempre piegato la testa sotto la suola dell'imperatore, senza dimenticare il papa, capo di stato di un paese estero così come qualsiasi presidente degli USA. Nessun grande statista italiano è mai esistito, nessuno ha ancora fatto dell'Italia uno Stato democratico: perché, ripeto, mai il diritto in Italia è stato piena e feconda espressione della legalità costituzionale. Oggi, direi, di legalità in senso lato.
Invito a leggerla, la costituzione. Non per rispolverare un antico sentimento di patria. Non per constatare l'abilità anche letteraria dei “padri costituenti”. Niente di tutto ciò.
Leggiamola, leggetela, per capire una parte del tradimento di cui siamo stati vittime, spesso concorrenti al nostro stesso “destino”.

Segue un conciso riepilogo dei principi fondamentali, senza pretesa di completezza né di esattezza:

  • PRINCIPIO LAVORISTA: l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro; beh, è sotto gli occhi di tutti che il lavoro in Italia non gode di ottima salute. Dal 1970, anno della promulgazione dello statuto dei lavoratori, i diritti dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati hanno subito continui ridimensionamenti, quantitativi e qualitativi: superfluo ricordare la legge Maroni (o legge Biagi), la famigerata legge 30, e gli effetti che ha procurato alla stabilità dell'occupazione.
    I signori del parlamento, del governo, dei giornali, i signori professori hanno cercato di far passare la svolta europeista di Maastricht come un'espansione dei diritti dei cittadini, ormai cittadini europei: il risultato, 17 anni dopo, è che il mezzogiorno d'Italia è l'area più sottosviluppata dell'Eurozona (cito Draghi a mente); inoltre, è evidente come il regime di libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali non ha recato vantaggi significativi allo sviluppo dell'impresa, almeno nel nostro paese, almeno dal punto di vista dell'occupazione che è aspetto essenziale dell'impresa.
  • PRINCIPIO DEMOCRATICO: è notizia recente che il parlamento, durante questa legislatura, è in vacanza. Un'infinità di provvedimenti legislativi imposti alle camere con il trucchetto della fiducia, una clausola simul stabunt-simul cadent che nel nostro paese, nell'ordinamento giuridico italiano, non esiste. Inoltre, cosa dire della legge Calderoli, quella che prima delle elezioni del 2006 ha riformato il sistema elettorale ed ha eliminato il voto di preferenza alle elezioni politiche? Sia chiaro, non che fosse esattamente una garanzia di chissà quale dignità dei nostri rappresentanti, ma almeno la soddisfazione di sceglierci il maiale da ingrassare sulle poltroncine di camera e senato potevano lasciarcela.
  • PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA, FORMALE E SOSTANZIALE: l'eguaglianza sostanziale, in ragione della quale la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà personale e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese, era già spacciata da tempo. I privilegi di casta restano sempre lì, una costante ineliminabile della nostra società. Ricorderete tutti la celebre (?) uscita di Berlusconi che, durante il confronto televisivo con Prodi, tacciava la sinistra di voler equiparare le possibilità del figlio dell'operaio e quelle del figlio del libero professionista...
    I lavoratori, poi, non partecipano affatto all'organizzazione politica, economica e sociale del paese: traditi dai sindacati, dalla stessa sinistra di cui una volta erano il serbatoio elettorale, dalle promesse ridicole del cavaliere, sono proprio i lavoratori subordinati a pagare le conseguenze delle ristrettezze di un'economia stagnante, le manchevolezze del sistema di istruzione e formazione che non garantisce niente o poco più in termini di prospettive lavorative (Bocconi esclusa, s'intende!).
    Straordinaria conseguenza dell'ascesa berlusconiana è, però, anche la violazione dell'eguaglianza formale: oltre all'effettiva non-processabilità, per sé e per altri prescelti che affollano la corte massonica di questo paese, il sultano è in procinto di ottenere anche l'immunità, stavolta via legge costituzionale, per il capo del governo e le alte cariche dello stato. Quindi, chi si stupisce davanti alle parole di Nicola Cosentino, indagato per camorra e sottosegretario all'economia con delega al CIPE, che si ritiene sottoposto non già alla legge ed alla responsabilità politica e morale, bensì al parere del suo capo di partito, è in ritardo sui tempi.
  • PRINCIPIO SOLIDARISTICO: è già sufficiente leggere le stime sull'evasione fiscale per farsi un'idea precisa sul concetto di solidarietà sociale in questo paese di cialtroni. Il progresso materiale e spirituale, formula retorica assolutamente indefinita, in Italia si realizza non pagando le tasse, assumendo a nero, sfruttando le leggi pro-precariato. Eccolo il paese illuminato da Gesù, e spaventato dal socialismo...
  • LAICITA' DELLO STATO: senza parole, lo schieramento trasversale di teocon, teodem, insomma di clericali di ogni genere e qualità, ha pochi pari al mondo, inclusi sionisti ed integralisti islamici (Santanché, Ferrara, Ignazio, Binetti, Rutelli...); la lezione del cristianesimo americano fa breccia anche in Italia; il Vaticano in Texas, idea allettante, no?
  • ART. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. - Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della Nazione. I recenti tagli operati dall'esecutivo alla scuola, all'università ed alla ricerca, si commentano da soli; faccio però notare lo stridore di questi provvedimenti con i cospicui investimenti operati nel settore del digitale terrestre (televisione unica cultura di questo paese, Pasolini non mente mai), nonché con i contributi pubblici all'editoria (anche Travaglio, una volta ancora, non mente) che permettono a Corriere e Repubblica, nonché alla quasi totalità dei giornali e delle riviste, di sopravvivere nonostante in Italia ormai gli unici a leggere i giornali sono i giornalisti che li scrivono.
    Per quel che riguarda la tutela del paesaggio e del patrimonio storico ed artistico, mi limito a suggerirvi di consultare “Roba Nostra”, il bel libro di Carlo Vulpio, e di approfondire la faccenda del nuovo impianto ENI a Porto Empedocle, un rigassificatore costruito all'ombra della valle dei templi; interessante, sempre nello stesso libro, il racconto del recupero dei meravigliosi “Sassi” di Matera...

Fin qui solo qualche appunto, scritto di getto rileggendo e riportando all'attualità più stretta i primi articoli della Costituzione. Un discorso minimo, infimo se rapportato all'infinità di riferimenti ed attualizzazioni possibili rileggendo la cronaca di oggi, e la storia degli ultimi sessanta anni di Italia.

La morale della favola italiana è questa: mai lo Stato, nel nostro paese, ha vissuto di una sua propria forza intrinseca. Una carenza originaria di legittimazione, secondo molti di fiducia, che ha prodotto e favorito personalismi, clientelismi, gestioni accentrate e successive deleghe di poteri. Il fatto è che in una democrazia il potere è dell'istituzione, legittimata dalla legge e soprattutto dalla Costituzione. Chi è poi scelto o designato, dal voto popolare e comunque sempre secondo gli schemi della legalità, al vertice di una qualsiasi di queste istituzioni, dovrebbe avere ben presente che non è investito di un potere, di per sé assoluto, bensì di una responsabilità.
Altrimenti, non c'è legalità.
E se non c'è legalità, non si può parlare di Stato di diritto, ma di regime.

Carlo Antonio Burattini
www.ideesupposte.net



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