Al potere non c'è rimedio
POTERE Al potere non c'è rimedio. Vale anche per i potenti: la morte civile cui è andato incontro il governatore Marrazzo sta lì a dimostrare la validità di questa affermazione. Il largo consenso di cui gode Berlusconi, pure.
Il concedersi al piacere non è cosa da impotenti: tutti i personaggi sadiani sono uomini di potere: cardinali, commendatori, vecchi professori.
Ed ancora: il potere è un vizio, lecito se il sottomesso è d'accordo, altrimenti illecito.
Le tre affermazioni precedenti chiariscono - nonostante l'idealità dell'ultima – come le recenti cronache sessuali altro non siano che cronache di potere. Se gli stessi avessero coinvolto un operaio, un contadino, uno studente, sarebbe stato tutto diverso: e la differenza sta proprio nella disponibilità di potere.
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Innanzitutto (leggere tutto d'un fiato!): è da molti avvertita una sorta di superiorità morale, fisica, intellettuale, ed ovviamente economica, politica, ecc., dell'uomo di potere. Ne è conferma lo scandalo suscitato dai recenti avvenimenti. Ma in effetti nel potere non c'è alcun merito, o meglio dove c'è merito non c'è mai potere. Può esserci responsabilità, ma non potere. Chi riconosce quella superiorità crea il potere - il potere si dice infatti costituito - : forse gli è utile (lavoro, carriera, finanziamenti ecc.), forse identifica ingenuamente il potere col merito, forse è colluso. Nell'ordinamento repubblicano (cioè in Italia, oggi, vigente il principio di uguaglianza) queste affermazioni sembrerebbero superate, ma non lo sono, o lo sono nella coscienza individuale di alcuni, non anche nella società.
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In questo contesto ipocritamente, cioè politicamente, sviluppato, ha senso chiedersi perché un potente deve rispondere della sua vita privata e fino a che punto? È certamente lecito, ed è forse una piccola dimostrazione di vero progresso.
Ed ha senso anche tentare una risposta: azioni, reazioni e conseguenti responsabilità devono porsi sullo stesso piano, a seconda pubblico, privato, intimo. Ancora, la differenza è il potere.
L'uomo di potere, che agisce in ambito pubblico, ne risponde pubblicamente - così è per l'uomo politico; così non è per l'uomo economico, pur potente, ma spesso non pubblico (a segnalare un nuovo modo del potere latente, incontrollabile).
La stampa e la rete assicurano quella corrispondenza di modi. Entrambi non sono un contropotere, come spesso definite, o non dovrebberlo esserlo. Il contropotere, infatti, serve allo stesso potere, per legittimarsi: lacchè, portaborse, sono utili tanto quanto colleghi fintamente ostili o, peggio, imparziali.
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In ultimo: il potere pone una morale. La morale pubblica è quella del potere.
Il codice morale di chi è potente è del tutto dissimile da quello di chi non può: i due codici si pongono in assoluta antitesi, non risolvibile e vitale. La tensione di chi non può verso chi può, l'imitazione dell'altrui codice morale (fatto di atteggiamenti, gesti, linguaggio, ecc.) è distruttiva. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Ma al di là di questo, vi è una considerazione ancor più radicale: una morale pubblica non esiste, essa è moralismo. In ambito pubblico un problema morale non può porsi: la sua soluzione diventa moralistica. In ambito pubblico possono porsi solo problemi culturali. Per quanto strano possa sembrare prostitute e coca sono questioni culturali, non morali.
All'arte, tutta, spetta questa precisazione.
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Ciò detto, a domande del tipo:
come si va oltre la questione morale (culturale)?
se il potere si esercita attraverso la propaganda più spiccia, cioè attraverso l'immagine, come cambiare questa cultura?
politically incorrect: la televisione ci ha fatto tutti uguali, come ne veniamo fuori?
di cosa devono aver paura i nuovi potenti? della “morale pubblica” che fanno loro?
si può rispondere dalla cella di un convento, od anche continuando a governare come se nulla fosse accaduto. Oppure ancora, interrogandosi sul potere.
Rispondete! Interrogatevi!
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