Wael Shaeen

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Saliamo le scale della facoltà, piuttosto incerti sul “come” di un’intervista: è la prima volta che noi di "Idee Supposte" realizziamo il desiderio di conoscere una persona che abbia vissuto nei territori palestinesi.

 

Wael Shaeen, architetto e dottore di ricerca presso l’Università Federico II di Napoli, ci accoglie nel dipartimento di Progettazione Architettonica Urbana, al V piano del palazzone di via Forno Vecchio, al centro della Napoli che sa di pesce e di storia. Occhiali da intellettuale, la ventiquattrore griffata Mickey Mouse, ha l’aria simpatica di chi conosce le persone, e ama approfondire le storie; e la sua storia è tra quelle che meritano di essere raccontate.
Una risma di manifesti da incollare alle pareti della facoltà ha la giusta precedenza: l’attivismo a favore del suo popolo sofferente lo ha accompagnato da sempre.
Giusto il tempo per le presentazioni, e si comincia a registrare la conversazione… e il racconto fluisce, in un italiano un pò arrugginito da un mese di Palestina appena trascorso.

È la storia, la lunga catena di soprusi e sofferenze, a riempire la prima parte del nostro incontro:

“La questione Palestinese è un argomento vasto, quasi una materia a sé, come l’architettura o la medicina, una scienza. Molti libri sono stati scritti, ed altrettanti potrebbero ancora venire alla luce!
Quello che voglio che emerga è la condizione della Palestina, un territorio circondato per intero da paesi Arabi”.



E allora, come comincia tutto?

“Gli Ebrei, da sempre perseguitati in Europa, cercavano di acquisire un territorio dove costituire un proprio stato, forti del loro potere economico. Inizialmente, e si parla della fine del XIX secolo, venne loro proposto il Ghana, ma non tutta la comunità era d’accordo. Fu al principio del secolo scorso che i leader sionisti scelsero la Palestina per lo stato di Israele. Ripeto: gli Ebrei erano molto ricchi, e in tal senso basta pensare che da sempre hanno detenuto il controllo di molte banche, anche perché la Chiesa Cattolica era contraria all’esercizio dell’attività bancaria da parte dei credenti fedeli a Cristo. Ma nonostante le ricchezze, denaro ed altri beni preziosi, quella ebrea era una comunità chiusa, esposta alle sofferenze delle persecuzioni. L’influenza politica dei leader ebrei era notevole, tanto da essere vicini al governo britannico nella persona di Arthur James Balfour; costui aveva promesso agli Ebrei una parte della Palestina prima occupata dall’Impero Ottomano e poi dagli stessi Inglesi. Gli Ebrei avrebbero dovuto occupare i territori palestinesi secondo dei flussi annuali, ma proprio grazie all’enorme dote di ricchezza che portavano con sé, essi poterono comprare dai Palestinesi ben più di quanto fosse loro stato assegnato come terra d’Israele, e violare così senza problemi i limiti all’ingresso stabiliti dagli accordi internazionali”.

A questo punto, Wael apre la simpatica ventiquattrore e tira fuori una mappa:

“Come emerge da questa mappa, nel corso degli anni la porzione di Palestina abitata dagli Ebrei è aumentata sensibilmente, fino ad arrivare ai giorni nostri che ormai la maggioranza delle terre è in mano allo Stato di Israele. Quindi, l’ingresso degli Ebrei ha avuto principio ben prima del 1948, anno in cui l’ONU istituì Israele. Il progetto iniziale delle Nazioni Unite prevedeva 2 stati, uno ebreo l’altro palestinese; ma nel biennio 47-48 le forze militari ebraiche attuarono l’occupazione dei territori destinati ai Palestinesi, distruggendo villaggi, espellendo migliaia di persone e massacrando la popolazione civile in più occasioni. Dal nord della Palestina, gli Israeliani si sono espansi in tutto il resto del paese, e i Palestinesi hanno dovuto rifugiarsi sostanzialmente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Leggere della questione palestinese, anche nei libri degli anni ’60, sembra leggere la storia di tutti noi, anche la mia…”

Ed i Palestinesi scacciati dalle loro case, dove sono andati poi?

“All’interno della Palestina ci sono campi profughi, che raccolgono e hanno raccolto in passato le persone costrette a fuggire dalle proprie case, tutte speranzose di farvi ritorno un giorno: in questo senso, gli Israeliani sembrano seguire sempre e da sempre la stessa politica, quale che sia il governo in carica. I campi profughi, improvvisati, sono stracolmi di gente, e le abitazioni sono ammassate le une sulle altre. Va ricordata, come esempio della cruda strategia militare israeliana, la distruzione del campo di Jenin (2002): il motivo per cui l’esercito ed il governo di Israele intendono distruggere, sull’esempio di Jenin, tutti i campi profughi è che essendo questi strapieni e disorganizzati, in nessun modo l’esercito riesce a controllarli e a vigilare sulle attività politiche al loro interno. Questa strategia ha anche determinato un cambiamento visibile nella popolazione palestinese, in un primo momento disposta alla convivenza pacifica con gli Ebrei, poi ostile per via delle ripetute azioni di rappresaglia e di vera e propria guerra. Israele vuole controllare tutta la Palestina, ogni collina, ogni luogo: per questo sono così tante le colonie israeliane diffuse nei posti più impensabili.”

Le famigerate colonie...

“Le colonie sono state installate nei punti strategici, mai a caso. Io, da urbanista, ho notato che gli Israeliani sembrano “tirarle su” come dei confini. Come il muro di Sharon. Lo scopo è quello di dividere il territorio: lo si può notare soprattutto nella zona di Betlemme."

Ci racconti di Sabra e Chatila.

“Dal 1967, molti Palestinesi della Cisgiordania sono stati costretti, da profughi, a fuggire in Libano, Giordania ed Egitto. Nel 1975, a causa anche dell’azione “fatale” del Mossad, la guerra civile in Libano raggiunse il picco della violenza: anche in questo, e con largo anticipo sui giorni nostri, fu importante il ruolo svolto da Barak, membro all’epoca del servizio segreto israeliano. Proprio Barak, capace di parlare arabo come me che sono Palestinese, ha avuto enormi responsabilità nelle morti di quel conflitto. A Sabra e Chatila, numerosi erano i profughi palestinesi; nel 1982 gli Israeliani entrarono nel territorio libanese con l’appoggio dei Falangisti, addestrati alla causa sionista, nonché lautamente gratificati con denaro e potere. I Falangisti, per vendicare l’omicidio dell’allora primo ministro libanese Bashir Ghemayel (di matrice allora ignota) individuarono nei Palestinesi i mandanti e gli esecutori dell’omicidio. In realtà, è noto che l’azione dei Falangisti fu orchestrata da Sharon. L’operazione anti-palestinese durò solo tre giorni, ma scatenò un inferno che cancellò 3500 vite. In seguito, alla fine del conflitto in Libano, i Palestinesi sopravvissuti furono destinati all’esilio in Tunisia.”

Come inizia l’Intifada?

“Nel 1987 scoppia l’Intifada, come conseguenza dell’omicidio di cinque Palestinesi bruciati vivi da alcuni Israeliani. Nei primi anni, l’Intifada poteva essere considerata una protesta quasi pacifica: volava qualche pietra, si bruciavano copertoni. La più grave conseguenza, paradossalmente, è stata la firma ad Oslo dei celebri “Accordi” tra Israeliani e Palestinesi, cui conseguì la stretta di mano di Washington tra Arafat e Rabin (poi ucciso dopo pochi anni, nel 1995). La strategia israeliana era di ridurre, progressivamente, i Palestinesi allo stremo delle forze. L’operazione è stata realizzata anche con un finto processo di pace, che invero ha portato alla popolazione pochi vantaggi: basti pensare all’operato del primo ministro israeliano Shamir. Dal 1993 ad oggi, nemmeno una minima parte degli accordi di Oslo è stata rispettata, e infatti Israele ha continuato a costruire colonie; i territori occupati nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni, cioè parte della Cisgiordania e di Gaza, non sono stati restituiti ai Palestinesi che quindi ancora non hanno uno stato.”

Finora ci ha parlato di "ieri", ci dica di "oggi". Per esempio di Gerusalemme, una città meravigliosa, tra le più importanti del mondo e coperta da un mito senza età. Cos’è cambiato dopo il muro?

“Gerusalemme, secondo gli accordi di Oslo, doveva essere l’ultimo nodo da risolvere, assieme alla questione degli esuli. Non si parlava di dividere la città, che doveva tornare in mano araba, fatta eccezione per la parte ovest. Oggi, da architetto, non ci capisco più niente di Gerusalemme: il muro di Sharon, che è un urbanista (!), mi fa piangere il cuore… con esso si è arrivati a dividere addirittura le case dai loro orti, i fratelli tra di loro; è un’ingiustizia della quale vi invito a conoscere di più anche grazie alla rete.”

Ha parlato di fratelli divisi da un muro; è una situazione che le è familiare (scusi il gioco di parole!)?

“Purtroppo sì. Ricordo che un tempo potevamo spostarci sul territorio, ma oggi è cambiato tutto: nemmeno io, nonostante sia cittadino italiano, posso godere di maggiori libertà, perché sono originario della Palestina e quindi ancora palestinese secondo la legge di Israele. La mia situazione è questa: ho due fratelli a Gerusalemme, mentre io abitavo e insegnavo a Hebron; le due città distano solo trenta chilometri. Ebbene, i miei fratelli possono venire da me, ma io non posso andare da loro!”

E questo perché? Com’è possibile se siete tutti Palestinesi?

“E’ perché abbiamo documenti diversi; la questione dei documenti è molto complessa, ce ne sono di tre tipi: il passaporto israeliano, quello giordano e quello egiziano, sebbene adesso, per fortuna, quello egiziano che era previsto per chi abita a Gaza non dovrebbe più valere, ma sarebbe troppo dire che non esiste più! Dopo il processo di pace iniziato nel ’93, esistono documenti rilasciati dall’Egitto che attestano la provenienza palestinese, ma non si può parlare di veri e propri passaporti; sappiate che, ad esempio, alcuni colleghi sono venuti in Italia dalla striscia di Gaza con uno di questi “fogli”, ed hanno avuto molti problemi ad entrare, nonché ad ottenere il permesso di soggiorno, perché l’Italia ha difficoltà ad ammettere un simile documento. Ma comunque, perfino io che sono ormai cittadino italiano, e che ho anche il passaporto palestinese, ho avuto delle difficoltà; quindi, immaginate che casino per chi ha solo questo foglio con sé! La verità è difficile, anche solo da capire, nonostante la storia della Palestina sia nota…”

A proposito di limitazioni: cosa sono praticamente i checkpoint e come limitano la libertà di movimento?

Non avete idea di cosa sia un checkpoint, né di quanto grave sia la limitazione cui costringe. Io lo so perché ho vissuto entrambe le situazioni, quella italiana e quella palestinese. Pensate che nascono come funghi, sono disseminati come le gocce d'acqua disperse da una mano bagnata quando viene scrollata. Dal caos iniziale prende poi forma un confine: altra terra guadagnata alla causa sionista.

Ci riporta poi un episodio occorso a sua madre.

Qualche mese fa mia mamma è andata ad un matrimonio, una mia cugina, di Nablus. Premetto subito che oramai i palestinesi sanno come vanno le cose: il matrimonio è finito molto presto, alle 22,30. Sono rientrati a casa alle 03,30, fermi quasi 4 ore al checkpoint di Gerusalemme, senza alcun motivo. Da Hebron a Nablus normalmente ci vuole poco più di un'ora, con l'auto. E pensate che uesta situazione è la norma. Io non sono più abituato e proprio non capisco come ci si possa abituare, come hanno fatto ad esempio i mie parenti. Forse è istinto di sopravvivenza."

Ma almeno nella sua città, Hebron, ha maggiore libertà di muoversi?

“Ho un amico che ha girato il mondo per tredici anni; poi è tornato per insegnare a Birzet, all'università; lui abita ad Hebron, nei pressi di una colonia. Un giorno mi ci ha accompagnato mio fratello: ero convinto che per raggiungerlo fosse necessario aggirare l’Old Suk, cioè la zona del vecchio mercato, oggi abitata dai coloni israeliani. Invece, mi fu detto che sarebbe stato possibile attraversare direttamente la colonia. Mai prima ero passato da quella zona... Sembravo un bambino, curioso, entusiasta, anche se avevo un po' di paura, perché c'erano gli israeliani, i coloni, e soprattutto le truppe a loro difesa (i civili sono 600, i militari invece 1500 n.d.r.). Son passato: in quella zona tutte le case sono intatte, a fare il paragone con i luoghi abitati dai Palestinesi c’è da piangere. Oggi, per poter visitare, Hebron dove vado io? sapete cosa faccio? vado su Google Earth...Per visitare la tomba di mio padre, devo augurarmi che muoia qualcun altro, altrimenti non posso andare al cimitero...Del resto i checkpoint nella mia Hebron erano 102 quando lasciai la città. Quando sono tornato, in primavera, erano 112”.

Pazzesco…!

“Permettetemi di tornare un attimo al passato, per concludere. Come vi dicevo, gli accordi del ’93 sono stati vanificati, e nel 2000 scoppiò la seconda intifada. Sharon, all’epoca ministro del governo Netanyahu (che oggi è di nuovo premier, un bugiardo di prima categoria…), pensò bene di sfilare con tanto di scorta militare sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. Quanto grande pensate possa essere una scorta di un ministro? Venti, forse trenta persone? No, Sharon portò con sé tremila uomini! Era chiaro che si trattava di una provocazione, voluta e organizzata. D’altronde era solito fare cose che non stavano né in cielo né in terra.”

Immaginiamo cosa possa significare un gesto così sconsiderato, e conosciamo le conseguenze di quella stagione di conflitti. Ma qual è la sua esperienza diretta della Palestina di quegli anni? Era lì, o si trovava in Italia?

“Ritornai in Palestina tra il 2002 e il 2003. L’impatto con la realtà fu forte; innanzitutto, per arrivare ad Hebron dove ho casa, dovetti fare un percorso come se, per intenderci, per raggiungere il centro storico di Napoli avessi dovuto prendere la nave fino a Bagnoli, poi arrivare in qualche modo a Secondigliano e infine giungere a destinazione. Lungo la strada per arrivare a casa, vidi case e muri crivellati dall’artiglieria, e ricordo di aver percepito da subito un’atmosfera molto pesante; non avrei mai immaginato la gravità della situazione! Arrivato, i miei parenti si raccomandarono con me di non far tardi la sera: io, che non sono abituato a questo genere di “consiglio”, e che sono nato e cresciuto con gli Israeliani, non capivo cosa volessero dirmi. Ma poi, capii… Per la strada i militari sparavano a vista, e alcuni cecchini posti in punti strategici erano lì per inibirti l’attraversamento o il passaggio. E questa fu la mia prima notte dopo tanto tempo lontano da casa. La seconda notte iniziarono a sparare ai Palestinesi: mio fratello mi disse di restare a casa coi bambini perché doveva uscire, e mentre lui era via i militari iniziarono a colpire intensamente le abitazioni civili: non un vetro è rimasto integro in tutta la casa! E non vi dico della paura dei bambini, né della mia: tremavo, ma non potevo mostrarmi spaventato. Cercavo, da architetto, di individuare i pilastri portanti, per trovare riparo da un eventuale ma non improbabile crollo. Non avevo idea di un simile cambiamento nel comportamento degli Israeliani verso i civili palestinesi, e a questo aggiungete che ormai sono abituato alla realtà italiana.”

Secondo lei a cosa è dovuto questo cambiamento, così aggressivo, da parte degli Israeliani, e com’è possibile che sia concesso loro di fare tutto questo senza clamore?

“All’epoca della vera opposizione Palestinese, la lotta pure c’era ma era meno violenta (“pacifica”). Non si ammazzava nessuno con pietre e copertoni bruciati! Ogni tanto volava qualche coltellata, ma niente di più. Figurarsi se potevano mai esserci azioni kamikaze! Però, le cose sono peggiorate dopo l’arresto di Arafat: nessuno ha detto nulla. Da allora, questa storia è diventata una barzelletta, tutto è cambiato, a partire dal modo in cui trattano le nostre donne che prima erano rispettate al punto da non essere nemmeno perquisite; oggi sono costrette al checkpoint così come gli uomini… Gli Israeliani sono diventati volgari, non hanno più niente di democratico.”

Arafat…

“Non era l’ultimo arrivato, secondo me era uno dei più forti leader a livello mondiale, e non lo dico da palestinese. Non condividevo tutto della sua politica, ma dopo la sua morte nel 2005 mi sono accorto che si trattava di un grande uomo.”

E Hamas, invece? Saprà che qui in Italia è descritta come un gruppo terrorista e criminale. Cosa ne pensa?

“Nel gennaio del 2006, Hamas vince le elezioni. Perché ha vinto? Perché c’è tanta corruzione nell’ANP, e la gente è estenuata. Il consenso ad Hamas non è tanto religioso, a pochi importa della religione, è la fame la principale preoccupazione! Hamas, secondo me, è gente per bene, ma è anche gente difficile con cui non ci si può parlare a lungo. Tuttavia, lavorano per aiutare i Palestinesi, questo è innegabile: hanno aperto ospedali, scuole e negozi per finanziarsi; però il loro ’accanimento religioso impedisce il confronto.”

Concorda sul fatto che Hamas sia stata usata da Israele come arma contro i Palestinesi?

“Si dice che nel 1987, allo scoppio della prima Intifada, sia nata Hamas per contrastare Al-Fatah, con finanziamenti israeliani. Ma una volta cresciuta l’organizzazione, Israele non ha potuto più dominarla ed è uscita dal suo controllo. Non posso giurare sulla “santità” di Hamas, ma di certo c’è chi lavora per la patria Palestinese. La gente di Al-Fath e dell’ANP (che purtroppo si associa a Fatah perché è il suo partito di riferimento) è corrotta: automobili, ville e denaro li hanno dissuasi dalla protezione del loro popolo. I paesi arabi vicini sono dei burattini, non lavorano per la realizzazione di uno stato palestinese, non prendono posizione perché si tratta di regimi corrotti e meno potenti militarmente rispetto alle forze israeliane. Quando Hamas ha conquistato il governo, è stata boicottata da tutti.”

Ma, in fondo, la vittoria di Hamas era prevedibile, non crede?

“A dire il vero no, nessuno si aspettava che Hamas vincesse le elezioni, e invece ha ottenuto il 70% dei voti. E’ boicottata in primis dagli USA, che hanno tagliato i finanziamenti, e dagli stessi paesi arabi che non hanno accolto di buon grado il primo ministro Hanyeh. In fondo, Hamas è sostenuta da Iran e pare anche da Hezbollah, mentre ANP è sostenuta da USA e Israele.”

Qual è l’origine della divisione interna all’ANP?

“La ragione è sempre Israele: appoggia gli avversari di Hamas per eliminarla, ma alla fine mira alla distruzione di entrambe le fazioni. Ricordate il luglio del 2007? Io ero ad insegnare a Hebron, e Abu Mazen andò in visita a Gaza per l’ultima volta: si respirava un’aria strana, e secondo me era un complotto per farlo fuori. Forse è la prima volta che lo dico, ma per me è così. Nessuno ha capito cosa sia successo allora: si è detto che era un problema tra rispettivi militanti dei due schieramenti, tuttavia non ci credo. La tenda in cui un dibattito avrebbe dovuto aver luogo restò deserta, nessuno lo accolse… dopo pochi giorni, il governo Hanyeh si ritirò, Hamas prese il potere a Gaza e Abu Mazen creò un altro governo in Cisgiordania con Salam Fayyad; ma dico io, due governi in Palestina… com’è possibile? Oggi l’impegno comune sembra quello di delegittimare Hamas, boicottandola; e da Palestinese ho difficoltà a comprendere come possa Abu Mazen dire ciò che dice! E ricordate, nella tregua da gennaio a giugno 2008, non è passato un giorno senza che un militante di Hamas o di Fatah non fosse assassinato, sia a Gaza che in Cisgiordania; ovviamente la tregua è finita, Hamas ha ricominciato a lanciare i Qassam, mentre gli attentati contro i militanti palestinesi sono sempre più regolari.”

E aggiunge, interrompendo il discorso:
“Spesso mi dico: meglio Napoli per tutta la vita, chi me lo fa fare di tornare là?!”

Poi si sveste del sorriso malinconico di chi ha trovato la pace, ma a caro prezzo, e continua:
“Quando Sharon ha ricominciato con le occupazioni, mi ricordo di bombardamenti a tappeto, di guerra insomma, da Ramallah a Nablus, fino a Gaza. Non so dire il nome nemmeno di un villaggio dove non abbiano bombardato e massacrato; oggi il mondo è convinto che tutto sia finito, ma non è vero! La striscia di Gaza è tutta circondata dalla marina militare israeliana, e a tutt’oggi la gente muore, ma non se ne parla più… Un embargo contro 1600000 persone, lasciate senza acqua e cibo, senza elettricità, e che permette l’ingresso ad un solo carico di farina per volta, quando capita: non so come può un popolo riuscire a sopravvivere.”

Veniamo a Gaza: chi ha interrotto la tregua?

Abito in Italia da molto tempo e ho, a riguardo, le stesse informazioni che avete voi: a Novembre gli israeliani colpiscono una macchina con sei Palestinesi a bordo. Si dirà poi che su quella macchina viaggiavano sei esponenti di Hamas, pericolosi terroristi.

Ci stupisce quando rivela - tradendo una certezza che è più mediatica che reale: Questo è stato detto anche su RaiTre!.

Poi prosegue: nei giorni della tregua Hamas aveva continuato a lanciare i suoi Qassam, o perlomeno così hanno detto. Questo quanto sappiamo. Ora chiedo a voi: chi ha dunque interrotto la tregua? Per fortuna tutto è finito: nel senso che la società mediatica ed anche quella civile non ne parlano più. Il mondo pensa sia tutto finito, ed invece - prende una cartina - invece si continua, con l'occupazione, con le stragi.

Indicando sulla cartina, realismo che ci ha accompagnato per tutta l'intervista: qui c'è la marina militare israeliana - indica le coste della maledetta strisca - qui gli egiziani - scende verso il fondo del foglio - qui le truppe israeliane - stavolta la penna corre lungo una instabile linea di confine. Ogni giorno muoiono decine di persone, ma nessuno ne sta parlando."

Restiamo ancora a Gaza. Ha sentito delle armi usate?

"Mi sembra che la Palestina sia considerata a livello internazionale un immenso laboratorio sperimentale: qualsiasi arma inventino, gli americani o gli israeliani, vengono a provarla in Palestina, tanto un pretesto si trova sempre. Sempre su RaiTre, nella trasmissione di Riccardo Iacona su Gaza, passarono le immagini di alcuni ragazzi colpiti dal fosforo bianco ed altre armi tanto innovative quanto dolorose: mi venne da piangere. Ragazzi enormi, vigorosi nei loro vent'anni, forti, in qualche modo feriti al sistema nervoso, incancrenito. In effetti non capii bene, e fu una fortuna. Poi il fosforo bianco, che è vietato a livello internazionale, almeno nelle zone densamente popolate. O meglio, che io sappia, è vietato come arma nei campi di battaglia, ma è possibile utilizzarlo per illuminare quegli stessi campi.

Noi sorridiamo all'ennesimo cavillo, lui proprio non ci riesce, non è ancora italiano come dice di essere. Poi continua:

Gli israeliani sanno ciò che fanno. Quando son tornato in Palestina, qualche mese fa, quel fosforo ancora fumava. Una gelatina che al contatto con l'aria ancora brucia. Qualcuno di noi avrà pensato ai cosiddetti fuochi fatui. Quello che a me spaventa non è tuttavia l'uso delle armi, ma il diniego di collaborazione che ne è conseguito. Dopo l'attacco a Gaza proprio l'uso di queste armi non convenzionali ha generato, nei medici chiamati a curare i superstiti, una enorme difficoltà. Ad esempio, le ferite da fosforo bianco si manifestavano come ustioni, ma non erano tali in effetti. La reazione era diversa. La normale prassi medica, addirittura le amputazioni, non è stata in molti casi sufficiente a guarire il malcapitato. Amputata la gamba, dopo qualche giorno si incancreniva la coscia. Solo gli israeliani sapevano, ma hanno rifiutato qualsiasi tipo di collaborazione. Anche questo è cosa nota. Assurdo! Da medico a medico non si può collaborare!"

Ci parli un po' di lei. È andato via dalla Palestina per motivi di studio?

"Si, ultimamente sono impegnato nel dottorato di ricerca di urbanistica. Ho anche insegnato per un anno e mezzo ad Hebron ma non ce l’ho più fatta, sono dovuto partire perché seriamente preoccupato per la mia incolumità; mi spiego meglio: quando si è abituati a vivere nella piena libertà di pensiero e di parola non si è in grado di accettare soprusi e imposizioni. Il mio pensiero è sostanzialmente questo: è’ più utile per la Palestina una persona più o meno colta ed informata, attiva al di fuori del proprio paese, oppure è meglio rimanere in patria, privi di libertà di espressione in attesa di essere catturati dagli israeliani? Questi (gli Israeliani, ndr) sanno benissimo chi colpire e come colpire, conoscono le persone impegnate e non corrompibili, tra le quali penso di esserci anche io. Queste persone sono principalmente nel mirino di chi ostacola la verità, anche se non è propriamente il mio caso perché non sono un personaggio importante e riconosciuto nel mio paese. Nel mio periodo universitario non ero una persona “tranquilla”, infatti nel momento di spaccatura massima tra Hamas e Al Fatah, non mi sono mai risparmiato nel disapprovare entrambi davanti ad un’intera platea, e quindi diciamo che il coraggio di far conoscere la verità così come la vedo io non mi è mai mancato; infatti non ho mai nascosto la mia convinzione che Hamas e Al Fatah siano costituite da persone che non ragionano per un popolo unito. Una volta acquisita la mentalità italiana ho creduto che si potesse parlare con persone in grado di capire, e invece da un lato mi è andata bene perché ho passato 18 anni in Italia nei quali mi sono formato culturalmente e umanamente, dall’altro tornando in Palestina, parlare in un ambiente universitario senza essere aggiornato sul verso in cui soffia il vento della politica è un grande rischio. Fortunatamente è andato sempre tutto bene."

Al giorno d’oggi, si sente più Italiano o più palestinese?

Devo dirvi la verità, io potevo scegliere il dottorato di ricerca anche in altri paesi d’Europa, ma il problema è che non mi sento tanto italiano quanto napoletano perché “purtroppo” amo Napoli, visto che sono anche impegnato con gruppi di attivisti, napoletani appunto, per far conoscere la situazione palestinese quanto più è possibile alle persone.

Quindi ama Napoli e i Napoletani e il suo non è un discorso ristretto solo alle strade e alle case!

"Si, se tu mi incidessi la carne, da me uscirebbe un sangue sì palestinese, ma più napoletano. Avrei potuto fare scelte diverse come vi ho detto, avrei potuto essere a Roma ora, che considero una città superiore, ma Napoli è una calamita. Mi sono sempre chiesto alla fine cos’è che mi tiene qui, è vero ho lo la mia compagna e molti amici, e comunque voi conoscete le difficoltà che sono legate a questa città, ma separarsene è impossibile."

Ha visto gomorra, o letto il libro? Cosa ne pensa?

"E’ una realtà che purtroppo ho visto e vissuto, e di gente gambizzata ne ho vista. Ho vissuto prima alla Sanità e poi a Porta Capuana, e ancora oggi mi chiedo come abbia fatto. Purtroppo la povertà è una cosa brutta ma non avevo scelta viste le mie disponibilità monetarie. Anni fa stavo facendo un progetto di architettura, non ricordo se su Scampia o su Secondigliano, e giravo per fotografare i particolari che mi interessavano al progetto. Tutti mi dicevano… cosa fai?!!... Adesso, dopo anni che vivo a Napoli e ho capito le problematiche di queste zone, sono sicuro che non ritornerei mai più in quelle zone. Gomorra è reale. In Italia purtroppo tutto è assente, e gli italiani non meritano questo. Il libro “Gomorra” è stato tradotto in molte lingue ma io non ho voluto tradurlo per non portare qualcosa a Napoli che non le appartiene. Nel senso che esistono queste realtà, ma Napoli non è solo questo, non è solo camorra, ma ha storia alle spalle che rispetto alla Palestina è impressionante. Inoltre spesso dico che i panni sporchi si lavano in famiglia. Se è utile a risvegliare qualcosa, un senso critico nei cittadini e nelle istituzioni, ben venga anche tradurlo, ma non per far conoscere al francese o allo spagnolo che Napoli è solo camorra. Quello che dico è che bisogna stare attenti a pubblicizzare una regione che non merita la pubblicità che sta subendo, Napoli ha tante cose e per questo noi abbiamo addirittura stipulato un accordo tra Università della Palestina e Università di Napoli. Dovrò tenere una lezione introduttiva ma non parlerò solo di Napoli come Camorra. No affatto. "

Cosa pensa della politica italiana? È informato sulla vita politica del nostro paese?

"Allora, tre quattro anni fa potevo raccontarvi vita, morte e miracoli dei politici italiani, ma attualmente la politica mi fa molta paura, ed ora vi parlo da persona che si sente italiana. Penso che il problema sostanziale della sinistra attuale sia che non è riuscita a fare le cose; a mio avviso anni fa esisteva più coinvolgimento da parte dei partiti e di chi li sosteneva, e nonostante tutto si poteva ancora riconoscere un leader impegnato e capace, ma adesso noto una totale mancanza di rispetto per le persone dello stesso partito, di chi dovrebbe essere tutelato e ovviamente dell’opposizione. Ciò che sta portando l’Italia allo sbando è proprio questa faida politica, ma soprattutto penso che al’immagine del nostro paese, e quindi di coloro che lo governano, manchi la serietà che la dovrebbe caratterizzare ed uniformare nella scena internazionale. Sono sincero, se avessi dovuto scegliere in questi tempi la mia casa e il mio rifugio, non sarei mai venuto in Italia, perché questo è un paese che chi ne sta a capo sta trasformando in un luogo dove si incentivano le differenze razziali; e non vi nascondo che molte volte mi sono sentito a disagio per il mio accento indubbiamente straniero.

Wael ci racconta un aneddoto non troppo lontano nel tempo, di quando ha sostenuto l’esame di stato per il dottorato di ricerca. Premettendo appunto che il suo non è un italiano perfetto per ovvi motivi, ci narra che il professore che in quella sede era presidente di commissione (e di cui volutamente non faremo il nome) lo ha bocciato perché la sua prova scritta conteneva a suo dire “gravi errori grammaticali”, nonostante conoscesse le origini del nostro Wael e nonostante sia cosa risaputa che agli stranieri è concesso sostenere la prova orale …

Cosa pensa del “piano casa” indetto da Berlusconi? Ha seguito la situazione de L’Aquila?

"Confesso che devo approfondire l’argomento visto che sono rientrato da pochi giorni dalla Palestina, però ho comunque una mia posizione sull’accaduto a maggior ragione della mia professione. L’Italia è un paese notoriamente ad alto rischio sismico, e quando la maggior parte delle costruzioni risale al secondo dopoguerra, e non trascurando quelle ancora più antiche, ad un certo punto della vita dell’edificio c’è bisogno di fare un check-up completo alla struttura portante, visto anche le leggi severe che abbiamo in campo edilizio (sorride ironico). A questo punto la domanda che mi pongo sconcertato è proprio come si possa permettere ad un cittadino di ampliare del venti percento la propria abitazione se questa non è mai stata “controllata” dal punto di vista strutturale. Tra l’altro molte costruzioni a L’Aquila sono crollate nonostante fossero di recente formazione, quindi il problema non va limitato agli edifici storici e vecchi, ma ampliato anche alle scelte tecnologiche odierne che hanno provocato poi questi crolli inaspettati."

Un palestinese come vede l’Unione Europea?

"Non ho mai approfondito le mie conoscenze sull’Unione Europea, ma ultimamente ho seguito con molto interesse una conferenza di Luisa Morgantini, Vice-presidente del Parlamento Europeo, che è molto vicina alla questione della pace palestinese, nonostante io comprenda che la difficoltà di raggiungere una posizione così alta renda necessario sempre il “camminare su qualche cadavere”. Ci sono cose così evidenti che non possono essere omesse o nascoste, non si può oscurare il sole con uno scolapasta. Dico questo perché la Morgantini nella sua conferenza elogiava il primo ministro palestinese della Cisgiordania anche se in Palestina è considerato un filo-americano; quindi io rispetto l’opinione altrui, ma non accetto che venga camuffata la verità."

Wael porta il discorso sui passaggi inspiegabili dei politici ai partiti di orientamento opposto, attribuendo la causa di tutto ciò all’inseguimento della famosa, ma inizialmente per lui non troppo chiara, “pagnotta”. Usa a malincuore come esempio sue esperienze personali di persone conosciute in ambito familiare e lavorativo.

Ci dia un parere sulla Lega.

"La Lega è un qualche cosa di squallido. Lessi un libro di Aldo Bonomi, “Il Rancore”, che recensii anche. Un libro piccolissimo, costava solo 12 euro, che spiega benissimo secondo me cosa sia la Lega, come e perché nasce e si sviluppa. Ma il punto fondamentale è che si tratta di individui rozzi e ignoranti, contro l'istruzione che non sanno neppure cosa sia. Basti dire che parliamo di laureati tipo Calderoli e Borghezio. A volte non riesco a capire il senso delle loro dichiarazioni."

Professore, a proposito di università: dopo le riforme avvenute e promesse, e i recenti cambiamenti che ha subito l’università italiana, come pensa che evolverà il nostro sistema universitario?

"Oggi anche le migliori università, ad esempio prendiamo Venezia come la migliore in Italia per la facoltà di urbanistica, ha subito insieme a molte altre dei forti cambiamenti. Un problema che sconterà gli effetti in un futuro non molto prossimo è quello del pensionamento dei docenti, in cui si verificherà il doppio svantaggio di perdere sia quei professori che hanno dato lustro agli Atenei sia quello dell’impossibilità degli studenti di accedere alle carriere accademiche. Insomma le porte per l’accesso alle carriere saranno precluse dalle scelte di pochi baroni, che tutt’ora influenzano la vita accademica degli atenei. Inoltre, e questo è un problema che affligge le facoltà tecniche, è fondamentale superare la dicotomia tra insegnamento e libera professione. Non è giusto che chi insegna eserciti una libera professione, questo a svantaggio degli studenti che vedono le loro prospettive ridimensionate dalla mancanza di tempo che il docente dedica alla loro preparazione. O si esercita la libera professione oppure si insegna, anche perché la ricerca, che impegna tempo e costanza negli obiettivi da raggiungere, è il motore di un ateneo che porti tal nome. Anche gli studenti oggi sono cambiati. Rincorrono competenze e certificati ritrovandosi nel futuro ad avere una certa età e un pugno di mosche in mano. Il ragazzo ha bisogno di imparare apprendendo il più possibile non solo dalle accademie ma anche dalla sua capacità critica di formarsi una cultura adeguata per il confronto nella società contemporanea".

La sua esperienza e il suo impegno per la Palestina la avrà portato a farsi un’idea dei giovani di oggi. Lei come vede le nuove generazioni, trova analogie o differenze con le precedenti?

"Oddio, è una domanda la cui mia risposta sarà insufficiente. Secondo me i giovani sono il futuro dell’Italia, hanno sulle spalle la responsabilità dello sviluppo del paese. Oggi purtroppo hanno tutto e questa è una cosa grave per me, cioè il “benessere”, come lo vogliamo chiamare, potrebbe diventare, se non lo è già, davvero eccessivo da diventare deleterio. Ma non bisogna togliere ai giovani la speranza, che è quella che serve insieme alla forza delle nuove generazioni per partire dal basso a sanare la società; partendo quindi già dai bambini e continuando facendo camminare le idee dei giovani. Perché dopo i 35 anni si possono avere solo intellettuali, ma oggi si possono contare solo sulle dita di una mano… invece ne i bambini e nei giovani se si investe bene si raccoglie futuro."

Crede nella pace? Conosce israeliani per la pace?

"È evidente che la pace deve essere voluta da entrambe le parti, così come è evidente che non si tratta di una conquista istantanea, com'è una tregua, ma di una lunga maturazione, storica e culturale.
Io credevo nella pace; del resto ho collaborato molto con gli israeliani. Da piccolo lavoravo a Gerusalemme durante le vacanze estive: con i miei fratelli cucivamo scarpe proprio per gli israeliani. Tutto sommato con loro si poteva collaborare: è vero, i coloni sono sempre stati aggressivi ed infidi. Ma almeno fino a qualche decina d'anni fa si limitavano a rovinare le provviste, i raccolti, il riso, lo zucchero, il sale. Mi ricordo che ci distruggevano le scorte di riso e verdure versandovi sopra il gasolio che conservavamo per la cucina: questa pratica sadica lasciava intatte quelle provviste, ma ovviamente inservibili. Oggi è tutto molto diverso, molto peggio. A Roma ho seguito un master in architettura. Eravamo tutti stranieri. Io in particolare avevo legato con dei Montenegrini. Era il periodo di piacevole ma obbligata permanenza in Italia, per la questione del passaporto. Su un autobus, degli israeliani, turisti, mi chiedono di Piazza Navona. Non so perché, ma valga a riprova di quanto io oggi creda nella pace, non volli dar loro quelle indicazioni, cercando un pretesto per attaccar briga con quei malcapitati. Finì che i mie amici, gli ingegneri montenegrini, dovettero scusarsi per me. Fatto sta che ricordo questo: mi dissero che loro erano per la pace! Non mi sento quindi di dirmi per o contro la pace, data la assoluta insignificanza di tali affermazioni. Avrei detto a quegli israeliani: ma quando per le strade di Hebron e di Roma, sfila un corteo per la pace in Palestina, perché non scendete in piazza, che siete per la pace? Perché sono sempre i soliti cento? I palestinesi non hanno niente: siamo proprio molto poveri. Paradossalmente non abbiamo che la pace."

La discussione si sposta sulle tante metastasi di quel conflitto, sulla proliferazione di interessati schieramenti e di sprovveduti accoliti, dell'una e dell'altra parte. Sulla inopportunità, per persone appena informate di alcune questioni, di una posizione conciliante e mediana, santamente aperta alle istanze di entrambi e mediocremente cieca. Si parla di Vittorio Arrigoni e delle minacce di morte ricevute da alcuni gruppi di longobardi e celti, mentre le lingue mediatiche tacevano l'accaduto. Si parla di molto altro ancora: ad esempio, sulla maggior utilità dell'assassinio di un libero cittadino piuttosto che di un esponente di Hamas - ancorché ufficialmente si combattano i secondi e non i primi.

Lei prima ci ha parlato di speranza, quindi un piccolo barlume di speranza nella pace c’è ancora?

"Io spero nella pace ma nella pace giusta. Un palestinese non può non essere per la pace, ma per quella giusta. Non è pace quella parziale mentre il popolo subisce continue violenze e furti di colonie. Questa non è pace, non si può chiamare tale. In Palestina avevo la casa e l’università, ero fortunatissimo. Non era molto distante da casa mia, però certe volte andavo in un'altra università a recuperare le lezioni quando c’erano manifestazioni. Ogni volta che percorrevo il tragitto, da casa all’università, venivo sempre fermato dagli israeliani e perquisito. Pensavo sempre, tra me e me, che non volevo subire questa umiliazione, perché è davvero una umiliazione. In Italia siamo abituati alla libertà, il poliziotto, ad esempio, invita a fermarsi con la paletta. Lì invece è diverso, c’è prepotenza. La Palestina è provinciale, cioè formata da piccole città, tutti si conoscono, e non è certamente bello essere visto sempre fermo ed essere perquisito dagli israeliani. Quello che mi ha fatto lasciare la Palestina è stato il fatto che un giorno o l’altro avrei di certo reagito e avrei potuto trovarmi nei guai. Ti fermano per perquisirti, per che altro. Non è che si possa portare chissà cosa in una valigia. Se, ad esempio, vai a pregare alla Moschea di Hebron ci sono delle porte con i sensori e anche li vieni perquisito. Il tutto solo per arrecarti fastidio. Mi ricordo che si veniva perquisiti da soldatesse israeliane. E’ una tattica psicologica. Le dita devono passare su ogni centimetro della maglia, anche quando è palese che non si nasconde niente addosso. Tempo fa era così, oggi invece è tutto elettronico ma io sono convinto al 100% che lo fanno solo per denigrarti. I soldati israeliani sono soldati donne e uomini. Nel 1993 negli accordi di pace hanno messo israeliani e palestinesi al confine Giordano, mentre Rafah, al confine egiziano, è sempre chiuso. Era stato allestito un bancone dove i palestinesi mettevano la carta d’identità del controllato dentro un cassone scuro dove non si vedeva chi, all’interno, la prendeva per controllarla (gli israeliani ndr). Questo facevano i palestinesi, una sorta di presa in giro che non hanno accettato e alla fine hanno deciso di abbandonare. Chiunque può facilmente capirne il perché. Adesso, invece, hanno messo una soldatessa di 18 anni. Proprio per dire che un lavoro così semplice poteva essere svolto da una ragazzina. Quando vedi il primo ministro a mangiare come invitato in altri paesi, mentre ci sono i morti nostri sotto le macerie, vengo colto dallo sconforto. Non è una persona qualsiasi che può fare ciò che vuole, ma è responsabile della nazione che rappresenta. Il papa, ad esempio, lo considero un intellettuale. Ma quando fece quella gaffe contro i musulmani ho capito che un intellettuale così non può sbagliare. Questi sono i problemi dei palestinesi. Io, personalmente, non condivido cose simili e non sono disposto ad accettarle. Lo rifiuto, proprio, come i calabresi.

A questo punto l’intervista è finita. Ci salutiamo calorosamente e ci diamo l’arrivederci a presto. Prima di andare Wael ci stringe la mano e ci lascia con una raccomandazione:

"Ragazzi non dovete vendervi mai. Essere sempre voi stessi. Non dovete ammazzarvi, fare i salti mortali, per prendere il posto. Studiate per voi stessi. E siate ragionevoli nelle cose.
"

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Commenti 

 
0 #4 2009-10-20 18:17
"....ragazzi non dovete vendervi mai.....non dovete ammazzarvi...fare i salti mortali per prendere il POSTO....studiate per voi stessi...."
SANTE PAROLE!!!
(peccato che fra un pò ci stavi per ammazzare tu nei corridoi per un render poco carino!!! )
Colgo l'occasione per farvi i complimenti per il sito!!!
Un plauso speciale all'autore della caricatura....ke è stupenda....troppo bella!!!
E....usando impropriamente qst spazio....un saluto SPECIALE....alla donna bionda ke ha lasciato libero wael!!!ci manchiiiiiiii
Ps. la prossima volta commento serio...promesso!!!
Citazione
 
 
0 #3 Misteryboy 2009-10-18 01:18
Citazione whiteheart:
ciao alexys. scusami se il tuo commento è stato pubblicato solo ora, ma siamo ancora in rodaggio e avevo dimenticato di attivare la pubblicazione immediata dei commenti dei non iscritti.

grazie per la visita!


white ricorda che ALEXYS va trattata con riguardo..

Che meraviglia vedere l'intervista pubblicata, davvero un bel lavoro. Wael commentaci!!!
Citazione
 
 
0 #2 whiteheart 2009-10-17 14:13
ciao alexys. scusami se il tuo commento è stato pubblicato solo ora, ma siamo ancora in rodaggio e avevo dimenticato di attivare la pubblicazione immediata dei commenti dei non iscritti.

grazie per la visita!
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0 #1 2009-10-17 11:38
bene ragazzi è davvero una bella intervista e ora come ora sono contenta di non aver consegnato wael alle autorità!!!!! :lol:
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